21 e 22 Novembre 2026
Il gioco sacro, oratorio per voce sola e coro da stadio
Liberamente tratto da “Reportage su un Dio” di Pier Paolo Pasolini e Testo The Holy Game Di Albert Ostermaier
Regia di Riccardo Festa
Con Riccardo Festa e Francesco Forni
Musiche eseguite dal vivo da Francesco Forni
Pasolini amava il calcio. Suona contraddittorio. Quasi blasfemo. Addirittura implausibile. Come se la levatura intellettuale del Poeta, il portato etico della sua scrittura e quello politico di un’ azione artistica mai disgiunta da quella civile, non potessero abbassarsi ad un piacere così triviale. Eppure a Pasolini il calcio piaceva proprio tanto. Giocava partite interminabili con un agonismo insospettabile, che fossero squadre di ragazzetti di borgata o sfide tra colleghi e amici. Era tifoso del Bologna. Commentava con competenza formazioni e moduli tattici. E, soprattutto, ne ragionava e ne scriveva. Immaginava storie e scenari, cercava intorno al fatto sportivo il suo episteme, la ragione di uno spazio che ne creasse i presupposti e gli esiti. Lo colpiva la dimensione collettiva e rituale, la danza tribale delle domeniche tra
bar, stadio e radiocronache, l’eterna predisposizione del maschio a dividersi in tribù, a creare affiliazioni inattese e alleanze improbabili.
Coglieva del calcio la dimensione sacra, inscindibile dal gioco stesso, quella partecipazione collettiva che portava ad isterismi e passioni destinate solitamente al culto, una moderna religione, con santi e miracoli annessi. Impossibile da snobbare. Impossibile per Pier Paolo non calarsi nel gioco totalmente, con quella furia di vivere che lo ha sempre segnato. E certo, c’erano i corpi. Giovani, forti, sudati nell’atto di compiere un gesto atletico
destinato all’effimero ricordo di chi era presente, lì, allo stadio, la domenica. Eroi moderni di un’arena che non chiedeva sangue ma redenzione – collettiva, forse – e che invece stava già trasformandosi in un gigantesco supermercato globale che niente avrebbe conservato di sacro se non le effigi e la simbologia, in quello svuotamento secolare di qualsiasi religione che è il segno della modernità.
